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Sanità Siciliana. Inizia il percorso di riordino del SSR con il conseguente potenziamento dell’assistenza territoriale

La sanità territoriale siciliana comincia a prendere forma per un riordino generale del sistema con il conseguente potenziamento della medicina del territorio, dell’assistenza domiciliare, delle case e degli ospedali di comunità. Il tutto a seguito del periodo pandemico che ha fatto accelerare il relativo processo di modernizzazione.

Migliorare i servizi assistenziali e territoriali, sgravare gli accessi ospedalieri in un periodo ancora emergenziale e garantire sempre i LEA (livelli essenziali di assistenza), sono gli obiettivi che si intendo raggiungere con le nuove risorse del al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). 

Tra le soluzioni in bozza ci sono gli ospedali di comunità, strutture che svolgeranno una funzione “intermedia” tra il domicilio e il ricovero ospedaliero al fine di sgravare l’ospedale da prestazioni di bassa complessità. Complessivamente, secondo il fabbisogno rilevato, nella regione dovrebbero essere 99, di cui 31, in base alle somme stanziate, di immediata attivazione. Il piano del Governo nazionale, tra l’altro, prevede per questo obiettivo fino a 30.000 nuove assunzioni  nelle diverse figure professionali, da destinare ai territori entro il 2026.

Per l’assistenza territoriale cambierà tutto: dal numero verde unico europeo per le cure non urgenti, alle nuove Case di Comunità (Hub e Spoke) con équipe multidisciplinari.

Nella bozza di riforma dell’assistenza territoriale vergato dal Patto per la Salute e aggiornata con le indicazioni e i progetti del Pnrr, si prevede anche la definizione di nuovi standard di cure territoriali, lasciando sempre le regioni libere di organizzarsi secondo le specialità territoriali.

Il primo tassello della riforma è rappresentato dal Distretto Socio-Sanitario, che avrà il compito di programmare, organizzare e anche erogare i servizi.

La programmazione del Distretto deve prevedere:

– 1 Casa della Comunità hub per ogni Distretto e almeno 3 Case della Comunità spoke (1 ogni 30/35.000 nelle aree metropolitane; 1 ogni 20/25.000 abitanti nelle aree urbane e sub-urbane; 1 ogni 10/15.000 abitanti nelle aree interne e rurali) per favorire la capillarità dei servizi e maggiore equità di accesso, in particolare nelle aree interne e rurali. Tutte le aggregazioni dei MMG e PLS sono ricomprese nelle Case della Comunità avendo in esse la sede fisica oppure attraverso un collegamento funzionale di riferimento;

 – Le aggregazioni della Medicina Generale e Pediatria di Libera Scelta, quali le AFT (aggregazioni funzionali territoriali) e UCCP (unità complesse delle cure primarie), medicine di gruppo integrate, con sede fisica all’interno delle Case della Comunità, oppure a questa collegate funzionalmente, in qualità di strutture spoke, per quei territori disagiati e a minore densità abitativa;

 – 1 Infermiere di Comunità ogni 2.000-2.500 abitanti, afferenti alle Case di Comunità;

 – 1 Unità Speciale di Continuità Assistenziale (1 medico e 1 infermiere) ogni 100.000 abitanti;

 – 2 Ospedali di Comunità (20 posti letto ogni 50.000 abitanti), da attuarsi in modo progressivo secondo la programmazione regionale;

 – 1 Hospice fino a 10 posti letto all’interno della rete aziendale delle cure palliative; – 1 Centrale Operativa Territoriale (1ogni 100.000 abitanti);

In questa fase di innovazione e sviluppo del SSN, viene garantita l’autonomia regionale nel vagliare la configurazione più opportuna in termini di tipologia e numerosità delle strutture e dei servizi di assistenza territoriale, sulla base delle caratteristiche geografiche e della popolazione di riferimento.

Il percorso di riforma della sanità regionale avrà ricadute positive solo se la riorganizzazione e le risorse disponibili in primis del PNRR per l’assistenza territoriale seguirà modelli gestionali, logistici e funzionali di implementazione dei servizi sanitari e incentrati sui bisogni dei cittadini-utenti. I cittadini sono i veri beneficiari della riforma, e per questo un sistema territorialmente più coevo con il fabbisogno socio-sanitario e assistenziale non può che essere un punto di svolta indirizzato alle buone prassi sanitarie.

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